Pros
Niente a parte lo Smart working
Cons
V i sono luoghi in cui l’ordine e la razionalità governano le dinamiche quotidiane, e poi vi sono aziende che sembrano studiate per saggiare i limiti della resilienza umana dinanzi al caos organizzativo. Qui il concetto stesso di pianificazione è una chimera, un’idea vaga e sfuggente che si dissolve ogniqualvolta si tenta di afferrarla. I progetti nascono già privi di un’identità definita, i requisiti software appaiono e scompaiono come apparizioni spettrali e le scadenze vengono fissate con la precisione con cui un antico aruspice interpretava le viscere di un caprone. Ma il vero ingranaggio infernale si attiva quando si scopre che un dipendente possiede competenze trasversali: se per caso si è in grado di sviluppare software in più ambiti – desktop, mobile, ETL – il proprio destino è segnato. Si diventa, senza neppure rendersene conto, un novello Sisifo, costretto a passare da un progetto all’altro con la stessa frenesia di un soccorritore in un ospedale da campo. Nulla è pianificato, tutto è urgente, e l’unica costante è l’eterna emergenza, nella quale il concetto di “priorità” perde ogni significato, perché ogni richiesta è ugualmente inderogabile. Il debito tecnico, come ogni buona eredità che si rispetti, viene accumulato senza ritegno, poiché il tempo per approfondire una tecnologia, risolvere problemi strutturali o anche solo mettere ordine nel codice è sempre sacrificato sull’altare dell’ennesima escalation, da risolvere con la prontezza del soldato in trincea. In compenso, le procedure burocratiche si moltiplicano con la vitalità di un ecosistema tropicale: ottenere i permessi per lavorare diventa una questione di archeologia investigativa, in cui si è costretti a interrogare ogni possibile custode del sapere aziendale nella speranza di ricevere un frammento di informazione utile. L’iniziazione al lavoro avviene poi attraverso un metodo di formazione empirico: il passaggio di conoscenze è un concetto astratto, e il dipendente si ritrova costretto a decifrare il codice con l’unico strumento concesso, il debugger, in un viaggio iniziatico nel quale deve comprendere da solo il funzionamento di un sistema che sembra progettato per sfidare la logica stessa. E se si finisce nel GIS CoE, si scopre che l’Inferno dantesco aveva trascurato un girone. Sul fronte della crescita professionale, il quadro è altrettanto illuminante: i percorsi di valorizzazione vengono magnificati in fase di assunzione, salvo poi evaporare come nebbia al sole. Non c’è evoluzione, non c’è riconoscimento del merito, e ogni tentativo di far notare il proprio impegno rischia di trasformarsi in un boomerang. Il tutto viene compensato da quello che l’azienda considera il suo grande fiore all’occhiello: lo smart working, ostentato come un’innovazione rivoluzionaria, benché sia ormai una pratica comune in tutto il settore. Si potrebbe concludere che, in un contesto simile, chiunque nutra ambizioni di crescita o desideri lavorare in un ambiente stimolante farebbe bene a rivolgere altrove le proprie attenzioni. Chi invece anela alla tranquillità del “compitino”, accettando con rassegnazione le dinamiche di una burocrazia imponente e procedimenti aziendali che evocano quelli dell’amministrazione pubblica, troverà qui un habitat sorprendentemente adatto.